I dazi, in ambito economico, sono imposte indirette sui consumi che posso riguardare sia le importazioni, sia le esportazioni. Si possono dividere in dazi fiscali, che hanno come unico fine quello di aumentare le entrate dello stato, e dazi protettivi, che hanno lo scopo di proteggere la produzione interna dalla concorrenza estera.
L’origine dei dazi è molto antica; già nel Medioevo, infatti, una tassa veniva applicata sulle merci che attraversavano il territorio statale. In seguito, grazie all’industrializzazione e al progresso tecnologico, i rapporti commerciali conobbero un periodo di sviluppo che portò alla creazione di una fitta rete di scambi. Dalla seconda metà del Novecento, quindi, gli Stati ridussero notevolmente l’utilizzo di dazi penalizzanti e stipularono diversi accordi commerciali per eliminare le barriere tra Paesi. L’Unione europea, per esempio, dal 1968 è un’unione doganale: le merci possono circolare liberamente, le dogane sui prodotti importati dal resto del mondo sono le stesse per tutti i membri, ci sono norme comuni riguardanti importazioni ed esportazioni, non ci sono controlli tra Stati (ad eccezione di quelli eseguiti dai doganieri con il fine di proteggere consumatori e ambiente).
La situazione degli Stati Uniti, invece, è molto diversa: ci sono fasi in cui prevale il protezionismo e periodi in cui viene promosso il libero scambio. Questo, a mio parere, è strettamente collegato a chi governa. Con Obama, infatti, nel 2013 era in corso di formulazione un accordo commerciale con l’Europa che avrebbe dovuto integrare i due mercati (il Ttip). Il partenariato non andò in porto, ma fu comunque un tentativo. Trump, invece, sta attuando una politica estera sicuramente protezionistica. Nelle ultime settimane, infatti, il presidente americano ha deciso di introdurre dei dazi sull’acciaio del 25% e sull’alluminio del 10% al fine di rendere meno conveniente l’importazione di questi due materiali e di favorirne la produzione interna. Decisione, secondo me, non immune da gravi conseguenze per l’equilibrio del sistema economico e che potrebbe sfociare in una vera e propria “guerra commerciale”. Le critiche, infatti, provengono da tutto il mondo: dall’Asia, all’Europa, agli Stati Uniti stessi. Cina, Corea del Sud e India hanno avuto enormi vantaggi dalla globalizzazione diventando i maggiori esportatori di acciaio ed è per questo motivo che considerano la politica di Trump non rispettosa delle regole del commercio internazionale. Tuttavia, i dazi del Presidente americano non sono un grave problema per la Cina, la quale non è tra i maggiori esportatori di acciaio per gli Stati Uniti. Gli effetti negativi, infatti, coinvolgono soprattutto l’Europa e, in particolar modo, la Germania. Quest’ultima è uno dei maggiori esportatori internazionali e, se Trump mettesse dazi anche per il commercio delle auto, entrerebbe in grave crisi. L’unico modo per i Paesi Nato di evitare questa “guerra” è investire il 2% del Pil per la difesa collettiva; in questo modo, infatti, sarebbero esentati dai dazi. Tuttavia, quasi nessun paese si aspetta di riuscire a raggiungere questo risultato e, soprattutto, a bloccare i leader dei diversi Stati ci sono motivazioni più forti.
Perché, in un periodo in cui dominano globalizzazione e libero scambio, imporre dazi e chiudere i confini?
Trump parla di sicurezza nazionale: acciaio e alluminio sono utilizzati per la costruzione di armi e dipendere dagli altri Paesi potrebbe portare all’impossibilità di difendersi in caso di scontri. Secondo il Presidente americano, inoltre, l’imposizione dei dazi potrebbe rappresentare un vantaggio per i lavoratori statunitensi. Questo, a mio parere, ci fa capire che Trump, come una gran parte dei leader politici, si preoccupa solo per il suo Paese. Se a causa del suo protezionismo l’intera economia globale entra in crisi, non c’è nessun problema, l’importante è che gli USA abbiano le armi per difendersi. Il Presidente, però, ignora un particolare importante: una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea impoverirebbe tutti, America compresa. Nel 2002, infatti, in seguito al protezionismo del Presidente americano G. Bush, la caduta della produzione americana non si fermò e migliaia di lavoratori persero il loro posto di lavoro.
La situazione in cui ci troviamo è davvero grave, ma credo che la cosa peggiore sia il fatto che la legge lo permetta.
Perché i presidenti americani hanno tanto potere da riuscire a decidere le sorti dell’economia mondiale?
Purtroppo, ci dice Paul Krugman (un economista statunitense), spesso gruppi politici a favore del protezionismo prevalgono su gruppi più numerosi, ma a sostegno del libero scambio. E, come se non bastasse, il diritto commerciale statunitense, conforme agli accordi internazionali, permette al presidente di imporre dazi in caso di motivi giustificabili. In queste precise circostanze, sottolineano molti economisti, le ragioni di Trump sono infondate; eppure niente è servito ad evitare l’annuncio dei dazi o a far cambiare idea al Presidente. Quest’ultimo, infatti, sembra essere molto deciso per quanto riguarda la politica estera da attuare: politica incentrata sulla ricchezza del proprio Paese e non sulla collaborazione con il resto del mondo. A mio avviso, è proprio questo uno dei difetti più grandi delle scelte di Trump.
Il protezionismo porta isolamento e chiusura e non è certo questo il clima ideale per la società di oggi. La collaborazione internazionale, infatti, non è un aspetto positivo solo per l’economia globale, ma anche per le persone. Vivere continuamente in situazioni di conflitto non porta vantaggi a nessuno. La pace, purtroppo, è un obiettivo lontano; ma, aggiungere al terrorismo e alle attuali guerre, anche uno scontro commerciale non è sicuramente un buon punto di partenza per provare a cambiare. Dovremmo mettere da parte “l’egoismo nazionale” e intraprendere una direzione diversa da quella che, purtroppo, stiamo imboccando.

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