Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno riscontrato un pesante deficit commerciale con la Cina, una nazione in forte crescita economica e industriale, destinata a superare gli USA come prima potenza economica mondiale. Il deficit commerciale è certamente un problema per l’economia: il deficit incrementa i titoli del debito dello stato ed erode capitali per l’industria e risparmi privati.
Negli ultimissimi anni, dopo la crisi economica, i principali paesi europei hanno saputo rinnovarsi e “sfruttare” la Cina come nuovo ed importante mercato (automobili tedesche o prodotti agroalimentari italiani, ad esempio). Questo non è accaduto agli USA che ne hanno pagato le conseguenze molto duramente.
Molte imprese americane, non trovando più conveniente produrre negli USA per il costo del lavoro troppo alto, hanno preferito delocalizzare le proprie produzioni in paesi che garantivano guadagni maggiori. Inoltre, la politica economica del presidente Obama, con la firma di nuovi trattati per la completa liberalizzazione dei mercati internazionali, secondo taluni, avrebbe portato l’industria americana (specialmente quella pesante) al collasso.
Un’inversione di rotta, sancita dagli elettori americani, arriva con Donald Trump, che vince le elezioni con il motto “America first”. Il presidente annulla immediatamente la firma dei nuovi trattati commerciali e fa uscire l’America dal trattato di Parigi sul clima, entrambi fortemente voluti dal suo predecessore. Per mantenere le sue promesse elettorali e rilanciare le industrie pesanti della parte orientale del paese, il presidente Trump ha deciso di imporre nuovi dazi commerciali sui materiali e sulle merci dell’industria: fino al 25% sull’acciaio e 10% sull’alluminio. Inoltre, ha promesso ritorsioni se le altre nazioni risponderanno con dazi sull’ingresso di prodotti tipici americani: una pericolosa escalation. La misura “trumpiana” tende a colpire prevalentemente la Cina, ma gli effetti, anche indiretti, verranno avvertiti anche in Europa.
Il rischio potenziale è che l’acciaio cinese, fortemente penalizzato e non più diretto negli Stati Uniti, venga dirottato verso l’Europa, mettendo in crisi le nostre industrie metallurgiche e siderurgiche, che si troverebbero a competere con prodotti a più basso costo. Il problema reale è che il mercato libero, con concorrenti “sleali”, può funzionare solamente se tutti mantengono aperte le frontiere. Esso è un sistema estremamente delicato: se qualcuno si tira indietro, il già precario equilibrio può vacillare. È quello che rischia di accadere, obbligando i paesi europei a imporre, a loro volta, dazi sui prodotti cinesi. L’aumento dei prezzi farebbe arenare i consumi e l’economia. Per concludere, i dazi doganali potrebbero farci ritornare a una economia protezionistica che farebbe sparire i progressi fatti negli anni della globalizzazione.

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