Come ogni buon nutrizionista afferma, il cibo è importante, fondamentale per la vita, ci fornisce il carburante per sopravvivere, ci sostiene nei momenti di bisogno, e delle volte ci aiuta perfino a guarire, è inoltre l’unica cosa che forse riesce ad accomunare tutto il mondo; esso è infatti la passione di ogni persona, che sicuramente ama almeno un piatto e non potrebbe farne mai a meno. Di qualunque paese del pianeta si stia parlando, è impossibile non porre l’attenzione sulla cultura culinaria che lo contraddistingue e lo rappresenta… gli spaghetti per l’Italia la baguette francese e il “fish and chips” inglese, oltre all’hamburger americano e al sushi e al riso di Giappone e Cina sono solo alcune delle centinaia di accostamenti possibili che potremmo presentare. Gli alimenti sono però croce e delizia dell’umanità e non solo per via del conseguente ingrassamento all’ assunzione spropositata di questi, ma soprattutto perché la sua presenza o meno in un dato territorio, la qualità, e la disponibilità determinano molto spesso la fame, la miseria e la morte di un intero popolo. In zone isolate e povere come per esempio l’Africa, il cibo non è dato per scontato come nei ricchi centri nel Nord del mondo, tutt’altro: oltre alle guerre, alle malattie e ai numerosi altri “piccoli” problemi che affliggono le suddette aree quello dell’insufficienza di viveri è di gran lunga il più devastante. Secondo gli studiosi tutto lo spreco scellerato di vivande nelle zone più agiate della Terra permetterebbe un sostentamento eccezionale, mai visto per tutti quei popoli che soffrono la sua assenza. Per assurdo potremmo considerare più grave, sotto un punto di vista concettuale, le complicanze legate al mondo del cibo nei piani più alti della società: se è vero che la condizione africana è all’estremo rispetto a quella occidentale, si può dire lo stesso dell’importanza e della considerazione che si ripongono nel gesto stesso dell’alimentarsi. Il consumismo, che da anni detta legge nel modo di concepire la società, ha reso nulla l’attenzione nei confronti della genuinità e purezza del mangiare, premiando invece la quantità, l’estetica e come sempre il profitto, a discapito dei consumatori. Abbondano così coloranti, dolcificanti, conservanti artificiali e tutti quegli ingredienti studiati in laboratorio per massimizzare l’economicità e la richiesta di un dato prodotto, rendendolo più bello, gustoso e fruibile; non è perciò difficile capire come si sia arrivati a trasformare uno fra i nutrienti basilari della nostra alimentazione in veleno. Chi durante la propria esistenza non ha goduto del piacere di una succosa bistecca o di una fragrante grigliata? Sfortunatamente di questi tempi ci penseremo due volte prima di servirci di queste pietanze, dal momento che secondo gli studi dell’ “OMS”, equivarrebbe a fumarsi una sigaretta o lavorare per un’acciaieria… proprio così, l’organizzazione mondiale della sanità ha reso pubbliche le ricerche che hanno portato all’inserimento delle carni rosse lavorate nella lista dei più di cento “elementi cancerogeni” cui l’uomo potrebbe avere a che fare e che quindi faciliterebbero l’insorgere di malattie come il cancro. Nonostante i folti esperimenti elaborati dall’organizzazione, le conseguenze dirette ed esplicite per l’uomo saranno verificabili solo fra qualche anno, dunque, oltre a eliminare o perlomeno selezionare dalla nostra dieta questo tipo di viveri, sperando che non sia troppo tardi, non ci rimane che aspettare. È così indiscutibile il fatto che anche oggi come da sempre e per sempre, il cibo ha una grandezza di rilievo nelle nostre vite, e forse per una volta ci farebbe più onore non essere quello che mangiamo.
Giovanni Vinchi

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