L’Isis (Islamic State of Iraq and al-Sham) è un gruppo terroristico islamista attivo in Siria e Iraq, il cui attuale capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 ha unilateralmente proclamato la nascita di un califfato nei territori caduti sotto il suo controllo.
Questo “stato”, nel bene o nel male, ha generato un economia vera e propria, sia da fonti interne che da fonti esterne.
“L’Is è finanziato come uno Stato, attraverso le tasse. I miliziani jihadisti controllano un territorio in cui vivono circa 8 milioni di persone, che vengono tassate. A loro volta queste persone vivono spesso sulla base dello sfruttamento delle risorse del territorio, petrolio in primis, che poi viene contrabbandato e comprato anche dall’Europa” ci spiega Loretta Napoleoni, economista e autrice di “Isis. Lo stato del terrore” (Feltrinelli), esperta di finanziamento di gruppi terroristici e riciclaggio di denaro. “È vero che ci sono i finanziamenti dei simpatizzanti dell’Is che arrivano dai paesi del Golfo ma il guadagno effettivo arriva da questo sfruttamento. Il commercio viene portato avanti anche con le nazioni limitrofe a Iraq e Siria. Insomma una vera e propria ‘economia di guerra’: un meccanismo che noi europei col tempo abbiamo dimenticato”. Questo tipo di economia, ovviamente è sostenuta da altri stati che investono nell’Is, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, che finanziano i gruppi combattentio contro il regime sciita di Bashar al Assad, alcuni dei quali estremisti e considerati “terroristi” dai paesi occidentali.
L’ISIS ha ottenuto anche circa mezzo miliardo di dollari sequestrando i contanti tenuti nelle banche nell’Iraq settentrionale e occidentale. Altre fonti di guadagno sono: la rivendita di armi e mezzi militari americani ottenuti dalla conquista di basi militari irachene; la vendita o l’affitto di case di persone che sono state uccise o che hanno lasciato quel territorio dopo l’arrivo dell’ISIS; i contanti in valute forti portati dai cosiddetti “foreign fighters” che arrivati nel Califfato Islamico per combattere; la vendita di orzo e grano coltivati nelle terre controllate; la vendita di solfato, solfuro e cemento; e il traffico di esseri umani, soprattutto la vendita ai mercati delle schiave di donne. Come hanno scritto in diversi, se consideriamo l’ISIS “stato” si può dire che sia uno stato povero, con un budget che si avvicina a quello dell’Afghanistan o della Repubblica Democratica del Congo. Se lo si considera invece come un’organizzazione terroristica, risulta essere in salute e con un’economia molto diversificata.

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