Oggi è ISIS.
Appena ieri era Bin Laden.
Una settimana fa Hitler.
Il tempo passa, il presente diventa storia, ma la musica è sempre la stessa. Qualcuno è eccitato
all’idea di poter scrivere di gloriose pagine. Altri vorrebbero reagire istintivamente agli ultimi
attentati di Parigi, rispolverando il millenario Occhio per occhio, dente per dente. Magari questa
storia qui la possiamo davvero scrivere noi. Magari con una reazione, sì. Ma pensiamo.
“No, non c’è tempo per pensare, solo per agire!”
No. Pensiamo. Per una volta. E partiamo con ordine.
I primi anni Duemila, Abu Musab al-Zarqawi, un fondamentalista islamico, li spende per
assoldare un gruppo di mercenari ed estremisti religiosi, lavorando come divisione irachena di
al Qaida. Loro compito, instaurando un califfato, era causare guerre civili interne all’Iraq
Paese coinvolto nella recente Primavera araba. Acquisita notorietà ed esperienza, nell’aprile
del 2013 il califfato prende il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS).
Secondo i dati raccolti dal governo americano, i miliziani al servizio del califfato non supera i
le 30mila unità. Ciononostante, è stato capace di conquistare gran parte della Siria ed un
terzo dell’originario Iraq. La Siria, finora mai citata, è invece uno snodo fondamentale
nell’evoluzione di questo califfato. I suoi maggiori finanziatori (su cui più tardi torneremo)
sono nemici di Assad, governatore della Siria molto criticato fuori dai confini ed unico capace
di non cadere dinanzi l’onda rivoluzionaria della Primavera Araba prima citata.
Risulta logico, quindi, comprendere come mai l’espansione dell’ISIS si sia concentrata
prevalentemente lì, disegnando il califfato come uno strumento dei nemici di Assad per farne
cadere il governo. La situazione è tuttavia degenerata.
L’obiettivo dell’ISIS non è accontentare gli oppositori di Assad, bensì il riconoscimento di uno
Stato Islamico in cui vivere secondo una visione dell’Islam molto radicale. Forse più
oltranzista di Al Qaida. Dal quale, tra l’altro, ISIS si è scisso per poi diventarne il diretto
concorrente.
Ripartiamo da un dato assai preoccupante: nel 2014 i morti a causa del terrorismo sono stati
l’80% in più rispetto il 2013 (l’anno della nascita ufficiale dell’ISIS).
Questo significa che il cane, dapprima al guinzaglio dei no-Assad, sembra esser scappato via
dal padrone, per di più incattivendosi. Ora resta solo da capire come faccia un animale, senza
padrone, a trovarsi da sé non solo il cibo per sopravvivere, ma anche quello per migliorarsi.
Nell’agosto del 2014, il califfato ha conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq. La prima
cosa che fece fu appropriarsi della liquidità finanziaria nella banca centrale della città: 500
milioni di dollari. Vi sono poi banche, come l’Al Rajhi Bank, che volutamente finanziano l’organizzazione, con donazioni di “carità” dirette ad anonimi. Anomalia grave, ma non più
grave dei comportamenti,alquanto criptici, di Paesi legati all’IS.
Dal Qatar provengono ingenti somme di denaro per i miliziani, eppure il governo non ha
ancora bloccato i finanziamenti di molti principi del Paese.
Il Kuwait è risultato lo Stato da cui provengono i maggiori finanziamenti indirizzati al
califfato, ma a differenza degli Emirati sta tentando di risalire ai colpevoli.
La Turchia ha recentemente abbattuto un jet russo che, a suo avviso, aveva invaso i cieli di
appartenenza turca. Tuttavia, è strano che l’evento sia stato concomitante alla decisione del
governo di sospendere i raid indirizzati ai centri d’addestramento dell’IS.
La bizzarra coincidenza è che questa triade è parte della coalizione anti-ISIS, e suggerisce che
l’organizzazione criminale non ha contatti con i governi, bensì con la popolazione interna,
che da essa derivano i suoi stimoli.
Gli Stati Uniti, infatti, non finanziano il califfato. Per mesi, prima di armare ed addestrare
soldati siriani in Giordania, secondo un progetto CIA, ha eseguito calcoli tali da impedire la
diaspora delle armi vendute in Oriente, mappando e i movimenti e arginando al massimo gli
illeciti intrecci.
Ciò che sotto traccia, invece, passa inosservato è il traffico di beni archeologici gestito dall’IS
e, secondo indagini americane, legato a musei ubicati in Gran Bretagna e Svizzera, i quali
non si starebbero accertando della provenienza dei reperti acquisiti. Questo giro d’affari
genera un’ entrata nelle casse del califfato pari a 7 miliardi di euro l’anno.
Campi d’affari alternativi, come vendita d’organi o conquista di appezzamenti petroliferi, si
evolvono sempre più ma restano un dato non allarmante, visto che i barili venduti
giornalmente dall’IS sarebbero 25mila, un numero non congruente con l’1,5 milioni che i
media dichiaravano fosse l’entrata quotidiana del califfato.
La situazione pare confusa ma, dati alla mano, sembra essere tutto molto chiaro.
L’ISIS è l’ennesima cellula tumorale terroristica che, sulla scia delle diatribe religiose, cerca di
arraffare più che può fino a quando qualcuno non porrà rimedio alla questione religiosa. Gli
attacchi in Occidente, Parigi ultima protagonista, sono grappoli volutamente studiati nei
luoghi e nelle modalità per accendere
una polveriera vicina all’esplosione.
Torniamo indietro di qualche secolo: la necessità di purificazione della Chiesa cristiana con
consequenziale scissione nella Chiesa protestante, conversione dei principati tedeschi al
protestantesimo, genocidi ora causati dall’Inquisizione, ora dai vari saccheggi, quello di Roma
in primis: non vi sembra la trama di un film già vissuto, che si sta ripetendo con personaggi e
motivazioni (apparentemente) diverse?
“Ma cosa è servito pensare, se alla fine una soluzione non c’è stata?”
No, però hai pensato. Hai raccolto. Analizzato. Dedotto.
“Alla fine come finisce questa storia?”
La storia non finisce. Si ripete.
Rileggi il finale e prova ad evitare che l’uomo faccia l’uomo. Ossia sbagli.

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