Sono tanti mesi ormai che si parla continuamente di loro, dei terroristi dell’autoproclamato “Stato Islamico”. Ma chi sono, dove sono? E perché vogliono creare il “califfato”? Per quanto possa sembrare un fenomeno recente, l’ISIS affonda le sue radici nei primi anni del duemila con l’iracheno Abu Musab al-Zarqawi che promosse l’idea di creare un califfato islamico di etnia sunnita. Fondò il gruppo terroristico AQI (al-Qāʿida di Iraq) che mutò successivamente in ISI (Stato Islamico d’Iraq). Nel 2010 diventò emiro dell’ISI Abu Bakr al-Baghdadi ( nel 2014 fu nominato califfo) il quale, quando l’anno dopo le truppe americane lasciarono la zona, procedette a espandere l’area controllata: furono liberati molti detenuti che passarono dalla sua parte e, con lo scoppio della guerra civile in Siria, ne approfittò per conquistare parte del territorio siriano (ecco che si può parlare di ISIS o di ISIL, Stato Islamico d’Iraq e Siria/Levante). Questi islamici radicali ambiscono alla creazione di un unico Califfato Islamico che si dovrebbe estendere dall’India, per tutto il Medio Oriente e fino all’Africa (settentrionale e centrale), territori sui quali applicare la Shari’a, ovvero “la legge di Dio”, presente nel Corano ma che viene interpretata in modo molto estremizzante. Questa espansione è compiuta in nome di Allah e i jihadisti che partecipano ad essa, dato che lo fanno per quella che ritengono “una giusta causa”, avranno in premio il paradiso; dietro ad essa c’è anche l’antico sogno di creare una nazione unita, la Grande Arabia, che ormai però nessuna nazione araba più condivide. Questo “stato” attualmente si estende per circa 270.000 Km² e conta circa 11 milioni di abitanti. Per quanto riguarda l’aspetto bellico non è ben chiaro quanti siano i suoi combattenti: il dato più accreditato è quello di 31 mila uomini (secondo fonti americane), 50 mila per la Siria, 70 mila per la Russia, ne sono 100 mila secondo l’Iraq e 200 mila per i curdi iracheni; secondo l’intelligence americana di questi miliziani ne sono stati uccisi circa 6.000 dall’inizio dei raid aerei della coalizione occidentale. Un dato preoccupante e da non sottovalutare è quello dei “foreign fighters”, “i combattenti stranieri”, persone che abbracciano l’idea del califfato e della Shari’a e partono alla volta della Siria e dell’Iraq per combattere “in nome di Allah”: sono all’incirca 15.500, molti europei e nord africani, di cui 70-80 sono italiani. La guerra dell’ISIS non si combatte solo nelle regioni mediorientali strettamente coinvolte, ma anche all’estero attraverso gli attacchi terroristici: l’obbiettivo principale è l’Europa e si è visto con gli assalti a Parigi nel gennaio e nel novembre 2015, ma anche l’Africa, con la Nigeria, il Mali, la Libia, l’Egitto e altri; lo scopo è quello di terrorizzare i popoli, così da inasprire l’odio tra musulmani e non e fare in modo che sempre più islamici prendano parte a questa “guerra santa”. Dietro a questo pseudo stato c’è un’ampia macchina amministrativa che ha un suo costo: centri d’educazione coranica, polizia islamica, propaganda, armi, munizioni, veicoli, ecc… , ma soprattutto soldati. La paga per i miliziani si differenzia in base alla nazionalità: i guerrieri locali ricevono uno stipendio mensile di 400 dollari, mentre un combattente occidentale intorno ai 1000, ma ci sono turchi, tunisini e marocchini che arrivano a prendere anche più di 1000 dollari. Da dove arriva quindi questo fiume di denaro necessario per il califfato? In primis dal petrolio, fonte di guadagno sicuro e duraturo: la regione presenta numerosissimi giacimenti petroliferi e l’ISIS ha il controllo di molti pozzi e raffinerie; il greggio viene poi rivenduto sul mercato nero e viaggia forse verso l’Europa ma sicuramente fa tappa in Turchia e anche in Siria. Si stima che l’oro nero metta nelle tasche del califfato 1,5 milioni di dollari al giorno. C’è inoltre una fitta rete di estorsori che riesce a procurare 1-2 milioni di dollari al mese, mentre il totale accumulato con i riscatti per gli ostaggi si aggirerebbe intorno ai 20 e 40 milioni. Poi importante è il mercato nero dei reperti archeologici che vengono prelevati dai preziosissimi siti archeologici presenti nella zona. Anche le banche delle nuove città conquistate finiscono nel mirino dei jihadisti, i quali le derubano portando a casa molto denaro: basti pensare che dopo la presa di Mosul i miliziani hanno portato via 425.000 dollari e lingotti d’oro dalle banche cittadine. Importanti sono anche i finanziamenti di privati stranieri, indirizzati ai ribelli anti-Assad (compreso l’ISIS), di Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita; Anche la Turchia è accusata di aiutare lo stato islamico. Di rilievo economico anche i prodotti agricoli esportati e il commercio di schiavi, costituiti da donne Yazidi,cristiani (due minoranze religiose) e prigionieri di guerra (tutti risparmiati dalle uccisioni di massa e fosse comuni): 140 euro per bambini fino a 9 anni, tra i 50 e i 100 per donne tra i 20 e 30 anni e meno di 50 per donne ultraquarantenni. Secondo il Global Terrorism Index nel 2014 si sono spesi contro il terrorismo 52,9 miliardi (1,4 in più rispetto a prima dell’11 settembre) e si prevede un aumento in seguito agli attacchi terroristici di Parigi e all’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai. Sempre lo stesso ente ha calcolato che lo scorso anno ci siano state 32.658 vittime (80% in più rispetto al 2013) per terrorismo:il 78% di esse sono state in Iraq, Siria, Nigeria, Pakistan e Afghanistan che rappresentano il 57% degli stati colpiti da attacchi terroristici. Una vera e propria carneficina quella dell’ISIS, quella dell’alleato Boko Haram e dei tantissimi altri gruppi islamisti radicali. E’ evidente che c’è bisogno di un intervento immediato da parte di tutti mirato a estirpare questo cancro e a evitare che gli interessi economici e politici prevalgano per l’ennesima volta sulla dignità dell’essere umano.

Leonardo Serri

1 Comment
  1. mikyreporter 7 anni ago

    Non

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