Nonostante il terrorismo organizzato, rispetto ad un esercito regolare, non abbia bisogno di fondi ingenti, necessita comunque di un approvvigionamento economico costante. Riferendoci a dati del passato infatti, si ritiene che l’attentato contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998 sia costato intorno ai 30.000 dollari, mentre quello contro il World Trade Center nel 1993 poco meno di 500.000. La domanda che sorge spontanea è: chi finanzia questi terroristi?
Sappiamo, dopo la cattura di un ex militante estremista, che la cassa dell’ISIS ammonta a ben due miliardi di dollari, che non sono proprio spiccioli. Lo Stato Islamico ha una capacità di autofinanziarsi enorme, superiore di ogni altro gruppo estremista precedente. Hanno costruito un sistema di tassazione che sconfina nell’estorsione ad otto milioni di persone. Inoltre, possiedono pozzi petroliferi, centrali elettriche e miniere che portano un forte guadagno.
Nonostante sia comune credere che questi fondi derivino principalmente da donazioni, non è così. Recenti ricerche, condotte dalla RAND Corporation nel 2014, affermano, infatti, che solo il cinque per cento del capitale dell’ISIS arriva dai fondi privati di potenti personaggi del Golfo Persico. Questi affidano i propri soldi ai terroristi attraverso false organizzazioni benefiche. È in corso una discussione perché il Qatar è stato più volte accusato dai primi ministri Iracheno ed Iraniano di favorire il processo non imponendo leggi restrittive al riguardo.
Un altro modo di accumulare denaro è la Zakat, ovvero l’elemosina, pratica profondamente radicata nei territori islamici: è infatti uno dei cinque pilastri dell’Islam. Si sospetta che alcune banche mussulmane trattengano una “ragionevole somma” pari al due per cento della quota versata dai contribuenti che, invece di aiutare i poveri, finiscono nelle casse dei terroristi. Questi soldi, ovviamente contanti, “spariscono” dai registri, informatici e non, e se ne perde la traccia.
Altre fonti di guadagno sono l’estorsione, le rapine e i rapimenti. Varie cellule terroristiche compiono azioni criminali cedendo poi il ricavato ai vertici delle organizzazioni che li ridistribuiscono a piacere. Spesso i terroristi sono legati a mafie di altri paesi. Per esempio, Al-Qaeda controllava l’industria del miele, prodotto molto amato in Medio Oriente.
La principale fonte di guadagno dello Stato Islamico è la guerra stessa. Infatti, si ritiene che nella conquista di Mosul abbiano ottenuto i tre quarti del loro enorme patrimonio. Saccheggiando la banca centrale, secondo le ricerche, si sarebbero infatti impossessati di 429 milioni in contanti e un’ingente somma di oro.
Ci si chiede spesso perché i governi occidentali non siano ancora stati in grado di fermarli, bloccando gli approvvigionamenti economici. Il problema è che non è affatto facile: il patrimonio, infatti, è formato quasi interamente da denaro contante, accuratamente nascosto. Diventa dunque difficile rintracciarlo. Inoltre, la distruzione di due miliardi di dollari, per esempio in seguito ad un bombardamento, causerebbe una forte e pericolosa inflazione che metterebbe ulteriormente in difficoltà la già debole economia medio orientale.
L’ISIS ha una grandissima capacità di autofinanziarsi e di trovare finanziamenti. Nonostante lo Stato Islamico – attraverso estorsioni, rapimenti, furti, guerra, elemosina dalle banche e donazioni dei privati – ottenga un grande profitto, è completamente autosufficiente grazie al suo solido sistema economico, ai pozzi di petrolio e alle miniere di minerali preziosi. Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dello Stato Islamico, è stato in grado di costruire un impero del terrore troppo solido per essere sconfitto solo attraverso raid aeri. Lo scrittore Roberto Salviano, in un intervento al New York Times, scrive che, per colpire profondamente l’ISIS, è necessario che i governi smettano di tollerare le organizzazioni criminali, il traffico di droga e il riciclaggio di denaro sporco. Questo sarebbe sicuramente un grande passo in avanti per destabilizzare lo Stato Islamico.

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