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Istituto: G. B. Quadri (Via Giosue' Carducci 17)

Città: VICENZA

Redazione: Bertesinella

La finedella net neutrality.

La finedella net neutrality.
Negli ultimi mesi, e in particolar modo da quando Trump ha approvato il regolamento proposto dalla Federal Communications Commission (FCC), si è sentito parlare molto della net neutrality e della sua fine negli Stati Uniti. Ma cos’è precisamente la net neutrality? Essa è un insieme di regole derivanti da un concetto già esistente nel 1860, che regolamentava l’uso del telegrafo, secondo cui «...i messaggi ricevuti da ogni individuo, compagnia, o corporazione, o da ogni linea telegrafica che si connetta a questa da uno dei due capi, deve essere trasmesso in modo imparziale nell'ordine di ricezione, tranne per i messaggi del governo che debbono avere priorità.». Essa assicura, quindi, che tutto il traffico presente su Internet sia trattato allo stesso modo dagli ISP (Internet Service Provider), in modo tale che essi non possano favorire alcuni contenuti rispetto ad altri in base alle somme di denaro che da essi ricevono. Ciò che è successo in America è da molti descritto come la fine della democrazia: “non una cosa buona. Né per i consumatori. Né per le aziende. Né per chiunque si colleghi e crei cose online” oppure “Internet è una delle invenzioni più potenti della nostra storia e mettere gli interessi delle grandi aziende e dei loro azionisti sopra i consumatori non è corretto”, secondo Jessica Rosenworcel e Mignon Clyburn, i due membri democratici della FCC. Personalmente condivido, assieme a numerosi colossi come Google, Netflix, Amazon e Facebook, il punto di vista della parte democratica della FCC, battuta per due voti a tre dalla parte repubblicana, che vede nella fine della net neutrality una perdita delle potenzialità offerte dalla rete. Infatti, essa crea per tutti gli utenti un livello di partenza unitario, non influenzato dal budget di cui essi dispongono. Ciò ha permesso anche alle più grandi piattaforme oggigiorno presenti nella rete, come Google, Amazon o Youtube, di partire da zero e di creare i loro siti senza dover pagare i provider per ottenere visibilità. Ciò significa che con la fine della net neutrality sarà difficile per i siti minori mantenere una certa visibilità, a causa della limitatezza delle loro entrate, e ancor più improbabile sarà la nascita di nuove piattaforme di successo, a meno che non dispongano di un enorme budget iniziale da versare ai provider. Il risultato di questo assottigliamento nel numero di siti minori o nuovi porterà ad un ancor più marcato predominio da parte delle più grandi compagnie sulla rete e di conseguenza ad un rallentamento dell’innovazione. Ciò sicuramente porterà ad un Internet meno disordinato e più facilmente comprensibile, ma quindi anche meno vario e ricco di contenuti ed idee originali. Si affermerà una aristocrazia della rete, che preclude l’accesso a nuovi concorrenti, pagando (o meglio corrompendo) i provider per favorire i loro contenuti, per farli arrivare agli utenti in modo più diretto e veloce. Aumenteranno, quindi, l’affluenza degli utenti e, di conseguenza, le entrate di questi provider e il loro dominio sulla rete e sui nuovi concorrenti, in un circolo vizioso che non può che concludersi con un totale controllo di - Internet da parte dei provider e delle compagnie che riusciranno, assecondandoli con compensi sempre maggiori, ad ottenere la loro grazia, sotto forma di visibilità e diffusione.