Il dovere del ricordo

Il dolce canticchiare degli uccelli al sorgere del sole. Il profumo che ha l’aria di prima mattina; fresca, che delicatamente sfiora il volto delle persone. Il sole che sorge da dietro l’orizzonte e filtra i suoi raggi attraverso le nuvole, per colpire le pareti delle abitazioni, esaltandone i colori. Vedere la rugiada che scivola sulle foglie, per poi cadere a terra. Il silenzio che va dissolvendosi nell’aria per lasciare spazio alle prime voci del giorno. La luna che sparisce e il cielo che diventa azzurro. L’ombra che muore e la luce che nasce.
Questo è il bel paesaggio che tutti noi quasi ogni giorno vediamo di prima mattina.
Sembra strano, ma è così. Ci siamo talmente abituati e siamo così presi dal frenetico ritmo di oggi, che quasi non ci accorgiamo più di tale meraviglia. Una meraviglia che impropriamente è stata tolta a tanti ebrei nel secolo scorso.
La loro realtà quotidiana era infatti ben diversa. A confronto con Auschwitz e Birkenau, l’Inferno di Dante sembrava diventare il luogo ideale dove fuggire.
Ad Auschwitz e a Birkenau infatti era sempre il silenzio a dominare sia il giorno che la notte. Un luogo dimenticato da Dio, dove i raggi del sole arrivavano a stento e il tipico azzurro che sovrasta il celo si trasformava in un cupo e triste grigio cenere. In questo luogo desolato non si sentiva mai un uccello cantare, o un qualsiasi altro verso animale. Un luogo di morte. L’unico colore che dominava incontrastato era il bianco della neve. Tuttavia era un bianco che paradossalmente incuteva più paura del nero delle tenebre. Così come il giorno spaventava più della notte. Si perché di notte si aveva la certezza che tutti dormissero: le guardie nei loro caldi e confortevoli letti; i prigionieri sui duri e freddi letti di legno, coperti solamente da un sottilissimo pigiama che faceva anche abito per il giorno seguente.
Un giorno dunque che non trasmetteva nessuna calorosa sensazione, ma solo paura, tristezza, dolore e crescenti sofferenze che aumentavano di giorno in giorno.
E proprio tali sofferenze e tristezze che oggigiorno si sono irradiate nelle pareti , nella neve, nelle recinzioni di fildiferro, nei forni crematori, nelle grandi capanne di legno e negli stessi duri e freddi letti dei detenuti.
Oggi infatti sono loro a colmare il lungo silenzio dell’olocausto. Le parole infatti servono a poco poiché sono le strutture stesse che ci comunicano quelle che sicuramente sono state le atroci sofferenze dei prigionieri. Esse sono le testimonianze di ciò che si è vissuto durante il secondo conflitto mondiale, e che oggi ci testimoniano e rammentano la follia generale di un popolo guidato da un singolo uomo.
Dimenticare risulterebbe facile, ma anche stupido. Siamo quello che siamo grazie al nostro passato. Ed è proprio da questo, grazie agli errori commessi, che l’intera umanità potrà rinnovarsi e diventare una comunità più giusta.
Nulla di ciò che si vive deve essere dimenticato e tanto meno ciò che è stato vissuto da altri.

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10 Commenti

    bob96


    bello

    valenash


    Bell’articolo, hai ragione, nulla deve essere dimenticato…

    rowling


    dimenticare ciò che è stato significherebbe dare uno schiaffo al dolore e alla sofferenza provata da tutti i detenuti nei campi di concentramento.Bravo un articolo meritevole

    sardusthebes


    non male

    ranocchietta


    è bellissimo :DDD